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Abstract
Le terapie assistite con i cavalli stanno vivendo una crescita costante, con benefici ampiamente documentati per l’essere umano: dalla riduzione dell’ansia al miglioramento delle funzioni motorie, fino all’aumento dell’autostima. Tuttavia, un interrogativo fondamentale rimane spesso inascoltato: cosa accade nella mente e nel corpo del cavallo durante queste sessioni? Recenti studi scientifici iniziano a gettare luce su questa dimensione, rivelando che il benessere dei cavalli coinvolti nelle terapie è stato a lungo trascurato e che esistono segnali di stress, disagio e persino burnout tra questi animali. L’articolo esplora in profondità la realtà delle terapie assistite dal punto di vista del cavallo, analizzando i dati più aggiornati, i segnali spesso ignorati dagli operatori, i rischi legati a una formazione insufficiente e le implicazioni etiche di considerare il cavallo come semplice strumento terapeutico. Infine, vengono proposte linee guida concrete per una pratica più rispettosa e coerente, che riconosca il cavallo come partecipante attivo e senziente, e non come un oggetto passivo al servizio del benessere umano.
Il cavallo che guarisce: una presenza silenziosa da ascoltare
Le immagini che spesso accompagnano le terapie assistite con i cavalli sono potenti e commoventi: un bambino con difficoltà motorie che trova equilibrio sul dorso di un cavallo paziente, un adulto che affronta il trauma camminando accanto a un cavallo in un campo aperto, una persona con autismo che abbraccia il collo di un equino calmo mentre un operatore osserva soddisfatto. Queste scene raccontano una verità profonda: la relazione con il cavallo può produrre cambiamenti straordinari nell’essere umano. La letteratura scientifica conferma questi effetti positivi, documentando la riduzione dei livelli di cortisolo (l’ormone dello stress), il miglioramento delle capacità motorie, la diminuzione dell’ansia e l’aumento dell’autostima nei pazienti coinvolti.
Tuttavia, in queste immagini, c’è sempre una presenza silenziosa: il cavallo. La domanda che raramente ci si pone è: cosa sta vivendo lui? Qual è la sua esperienza emotiva e fisica durante le sessioni? Spesso, il cavallo viene visto come un “mezzo” per raggiungere il benessere umano, piuttosto che come un individuo con una propria interiorità e sensibilità. Questa prospettiva rischia di oscurare il fatto che, mentre il paziente umano riceve attenzione e cura, il cavallo può vivere situazioni di stress, disagio o incomprensione. Solo ponendoci questa domanda possiamo iniziare a costruire una relazione terapeutica davvero bilaterale, in cui il benessere di entrambi i partecipanti sia al centro.

Sessant’anni di terapie: perché abbiamo ignorato il punto di vista del cavallo
Le terapie assistite con i cavalli, note come Equine Assisted Therapy (EAT) o più in generale Equine Assisted Services (EAS), hanno una storia che si estende per quasi sessant’anni. In tutto questo tempo, la ricerca scientifica si è concentrata quasi esclusivamente sui benefici per il paziente umano, lasciando in ombra la questione del benessere equino. Solo negli ultimi anni la comunità scientifica ha iniziato a interrogarsi seriamente su cosa accada ai cavalli coinvolti in queste pratiche.
Una revisione sistematica pubblicata nel 2024 su ScienceDirect ha analizzato la letteratura disponibile sul benessere dei cavalli impiegati nelle terapie assistite. I risultati sono stati sorprendenti e, in un certo senso, imbarazzanti: la maggior parte degli studi presenta risultati inconcludenti, campioni troppo piccoli e disegni sperimentali poco rappresentativi della realtà delle sessioni. Esiste una lacuna enorme nella conoscenza di ciò che accade realmente nella mente e nel corpo dei cavalli nel lungo periodo.
Nonostante sessant’anni di pratica, non abbiamo ancora risposte chiare: stiamo facendo del bene o del male ai cavalli che utilizziamo per aiutare gli esseri umani? Questa incertezza dovrebbe spingerci a riflettere e a sospendere ogni automatismo, per rimettere al centro il rispetto e la cura anche per i nostri amici cavalli. Solo così potremo parlare di terapie davvero etiche e sostenibili.

Stress, burnout e segnali fisiologici: cosa ci dicono i dati scientifici
Le ricerche disponibili, seppur ancora limitate, offrono già alcuni spunti fondamentali per comprendere cosa accade ai cavalli durante le terapie assistite.
– Stress acuto durante le sessioni: Uno studio pubblicato su Animals nel 2019 ha monitorato 58 coppie paziente-cavallo, analizzando parametri comportamentali e la variabilità della frequenza cardiaca (HRV). I risultati hanno evidenziato che i cavalli mostrano risposte fisiologiche di stress durante le sessioni, con variazioni significative a seconda del tipo di paziente. Le sessioni con pazienti affetti da disabilità motorie risultano più impegnative per i cavalli rispetto a quelle con pazienti con sole difficoltà psicologiche. Un cavallo che trasporta una persona con movimenti imprevedibili lavora molto più di quanto si possa percepire dall’esterno, e spesso questo carico non viene riconosciuto.
– La fase anticipatoria: Uno studio spagnolo ha rilevato che, già nella fase precedente l’inizio della sessione, i cavalli manifestano un aumento di frequenza cardiaca, respiratoria e pressione sanguigna. Questo indica che il cavallo anticipa ciò che sta per accadere, generando una risposta fisiologica di attivazione. Non si tratta di animali indifferenti, ma di esseri che elaborano l’esperienza ancora prima che inizii
– Il burnout equino: La letteratura scientifica parla esplicitamente di burnout nei cavalli terapeutici, un fenomeno che si manifesta con comportamenti problematici come rifiuto del lavoro, aggressività, stereotipie e chiusura relazionale. Il burnout rappresenta una delle principali cause di ritiro dal servizio nei programmi di terapia assistita. Questi segnali sono spesso il risultato di un disagio prolungato e non ascoltato.
Questi dati dovrebbero indurci a una maggiore attenzione e responsabilità, riconoscendo che il cavallo non è solo un “mezzo” ma un partecipante attivo, con bisogni e limiti che vanno rispettati.
I segnali sottili del cavallo: imparare ad ascoltare davvero
Secondo le ricerche, il 96,6% dei professionisti delle terapie assistite attribuisce grande importanza al benessere animale. Tuttavia, la stessa letteratura evidenzia che la conoscenza dei segnali di stress nei cavalli è molto variabile tra gli operatori, e che spesso vengono riconosciuti solo i segnali più evidenti, mentre quelli sottili passano inosservati.
Il cavallo possiede un repertorio comunicativo estremamente ricco: la posizione delle orecchie, la tensione della mascella, la comparsa del bianco dell’occhio, la coda bloccata, la pelle che fremisce, il labbro inferiore allungato, lo sbadiglio (che non indica sonno, ma tentativo di scaricare tensione), il leccarsi e masticare, il girare la testa, il tentativo di spostarsi.
Questi sono segnali precisi, che chi conosce il linguaggio equino sa interpretare. Tuttavia, in un contesto terapeutico in cui l’attenzione è rivolta quasi esclusivamente al paziente umano, questi segnali vengono spesso ignorati. Non per cattiva volontà, ma per una formazione ancora insufficiente e per l’abitudine a considerare il cavallo come sfondo, non come protagonista.
Il rischio è che il cavallo impari che comunicare non serve, che nessuno risponde ai segnali sottili, e che l’unico modo per essere ascoltato sia arrivare a manifestazioni eclatanti come uno scarto improvviso o un rifiuto brusco. Questi comportamenti “inaspettati” sono in realtà il culmine di una lunga serie di segnali ignorati. Imparare a leggere e rispettare anche i segnali più discreti è il primo passo per una relazione terapeutica davvero rispettosa e bilaterale.

La pericolosa illusione dell’abitudine: tra adattamento e rassegnazione
Una delle convinzioni più diffuse nei centri di terapia assistita è che un cavallo “abituato” sia un cavallo che non soffre. Frasi come “è tranquillo, è abituato a questo tipo di lavoro” o “è il cavallo perfetto per la terapia perché non si agita mai” sono all’ordine del giorno. Tuttavia, la ricerca ci insegna che la prevedibilità e la controllabilità dell’ambiente sono i veri fattori che determinano la capacità di un cavallo di gestire lo stress, non l’intensità o la durata dello stimolo in sé.
Un cavallo che ha una routine riconoscibile e prevedibile riesce a gestire meglio le sessioni, ma esiste una linea sottile tra “abituato” e “rassegnato”. I cavalli, in quanto animali di preda, hanno sviluppato nel corso dell’evoluzione una straordinaria capacità di adattamento e di soppressione delle reazioni quando queste si rivelano inutili. Un cavallo che smette di mostrare disagio non è necessariamente un cavallo che non lo prova più: potrebbe essere un cavallo che ha imparato che protestare non serve.
Uno studio del 2025 ha misurato il cortisolo nel pelo di 102 cavalli in 21 centri equestri, scoprendo che la variabile più protettiva per il benessere dei cavalli terapeutici non era la quantità di lavoro, ma la frequenza dei giorni di riposo. I cavalli che godevano di più giorni di riposo distribuiti nell’anno mostravano livelli di stress cronico significativamente più bassi. Questo dimostra che il corpo non mente, anche quando il comportamento sembra tranquillo.
Riconoscere la differenza tra adattamento sano e rassegnazione silenziosa è fondamentale per garantire il vero benessere dei nostri amici cavalli.
Il cavallo come “specchio” emotivo: potenzialità e rischi nascosti
Nel mondo delle terapie assistite, si parla spesso del cavallo come “specchio” delle emozioni del paziente. Questa metafora, affascinante e in parte fondata, si basa sulla straordinaria sensibilità dei cavalli ai segnali non verbali: essi leggono la tensione muscolare, la respirazione, la postura e rispondono all’emotività umana in modo che può sembrare quasi magico.
Tuttavia, questa capacità, utilizzata come strumento terapeutico, comporta un costo raramente considerato. Se il cavallo “assorbe” e “riflette” le emozioni del paziente, significa che entra in contatto diretto con livelli elevati di ansia, trauma, paura e agitazione emotiva, sessione dopo sessione, paziente dopo paziente, per anni. Nessuno si domanda cosa rimane nel sistema nervoso di quell’animale dopo che il paziente ha terminato la sua sessione e se n’è andato.
Il rischio è che il cavallo venga trattato come un contenitore emotivo, un “recettore” passivo delle emozioni umane, e poi rimesso nel box senza considerare ciò che ha accumulato.
Per questo motivo, è fondamentale adottare una prospettiva più attenta e rispettosa, che riconosca il cavallo come partecipante attivo e non come semplice strumento terapeutico. Solo così si può garantire un equilibrio tra il benessere umano e quello animale, evitando che il cavallo paghi un prezzo troppo alto per la nostra salute emotiva.
Cosa Portarci a Casa
L’analisi delle terapie assistite con i cavalli ci restituisce un quadro complesso e ricco di spunti di riflessione. I benefici per l’essere umano sono reali e documentati, ma non possono più essere ottenuti a scapito del benessere dei nostri amici cavalli. È necessario superare la visione del cavallo come semplice strumento terapeutico e riconoscerlo come partecipante attivo, dotato di sensibilità, bisogni e limiti propri.
Per costruire una pratica davvero etica e sostenibile, occorre:
– Investire in una formazione approfondita e continua degli operatori sul benessere equino e sulla lettura dei segnali di stress, sia acuti che cronici.
– Stabilire limiti chiari sul numero di sessioni e sulla tipologia di pazienti assegnati a ciascun cavallo, garantendo pause e giorni di riposo regolari.
– Monitorare in modo sistematico il benessere dei cavalli, non solo dal punto di vista fisico ma anche comportamentale e fisiologico.
– Ascoltare attivamente i segnali, anche sottili, che il cavallo comunica durante le sessioni, intervenendo tempestivamente in caso di disagio.
– Rispettare il diritto del cavallo di esprimere rifiuto e di essere ascoltato.
Solo così potremo parlare di terapie assistite davvero coerenti con i principi di rispetto, empatia e benessere per tutti i partecipanti. La sfida è grande, ma la posta in gioco è ancora più alta: la dignità e la salute di animali straordinari che ogni giorno ci aiutano a guarire, spesso a costo del proprio equilibrio.
Keep natural and stay tuned
Fonti:
Studio su stress comportamentale in cavalli EAS con giovani traumatizzati (2024) https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11971715/
Studio su parametri fisiologici e comportamentali cavallo-paziente (sessioni ripetute) https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC8698107/
Studio principale su stress acuto e HRV durante le sessioni EAT https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC6681086/




